Abebe Bikila, il maratoneta etiope ci ha insegnato la differenza tra Atleta e Campione

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Lo Sport ha bisogno di atleti con la mentalità da eroi, non solo di campioni. Atleti che nascono per non morire mai, entrando nella leggenda, come Abebe Bikila. Oggi, gli atleti indossano scarpe altamente tecnologiche che migliorano le prestazioni sul campo. Lui, il re dei maratoneti, ha corso scalzo per oltre 42 chilometri, chiuso nel suo anonimo silenzio, ed ha vinto. Vogliamo fissare nella mente il fermo immagine di Bikila nell’attimo in cui taglia il traguardo a piedi nudi. Lo facciamo proprio adesso che l’emergenza Coronavirus ha bloccato anche le Olimpiadi. Appuntamento slittato al 2021 ma chi ama lo Sport non si ferma, almeno con la mente.

abebe bikila

L’eroe sportivo che corre per una comunità

L’atleta non è migliore del campione, è solo qualcosa di diverso. Non è soltanto un esempio per tutti in termini sportivi ma trasmette anche valori fortissimi. Compie imprese incredibili, si adatta meglio del campione, supera ostacoli senza supporti. Suda di più: ma per una comunità non per la squadra. Conquista il primato del mondo a nome di quella comunità, non per se stesso. Sa accettare il momento di gloria come la sconfitta. In questo, è forse la maratona la disciplina che meglio esprime lo spirito di sacrificio dell’Atleta. Il più grande maratoneta di tutti i tempi è stato anche il primo africano a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi. A Roma, il 10 settembre 1960.

Figlio di un pastore, Abebe Bikila nasce nel villaggio di Jato a 150 km da Addis Abeba, in Etiopia, il 7 agosto 1932. Nello stesso giorno a Los Angeles si correva la maratona olimpica. Conosce il giogo coloniale italiano e, nell’Etiopia del dopoguerra, si arruola nella guardia imperiale. Le Olimpiadi di Roma del 1960 accolgono per la prima volta molte Nazioni appena uscite dal colonialismo. L’Etiopia, pur avendo ottenuto l’indipendenza prima di altri Paesi, voleva però mostrare la propria bandiera sventolare finalmente accanto a quelle dei Paesi che ne erano stati coloni e padroni. “Volevo che il mondo sapesse che il mio paese, l’Etiopia, ha sempre vinto con determinazione ed eroismo” disse Bikila.

abebe bikila

Abebe Bikila e la maratona su Roma

Nel 1960, Abebe Bikila si ritrova quindi a far parte della nazionale olimpica etiope. Si è qualificato per la maratona con tempi da record. A Roma gli vengono fornite le scarpe da corsa dallo sponsor tecnico ma sono scomode. Così Bikila, due ore prima di gareggiare, decide di correre scalzo. Avete capito bene, scalzo! Alla vigilia della maratona a Roma in pochi lo danno per favorito. Abebe infila la maglia verde numero 11, dimesso e solitario, spoglio e austero come l’altopiano etiope. Vuole tenere d’occhio un’altra maglia, la numero 26, quella del marocchino Rhadi Ben Abdesselam il quale, però, decide di indossare la numero 185.

Succede anche questo in un olimpiade: un numero di maglia diverso e perdi di vista il tuo avversario durante la maratona. Abebe Bikila pensa forse che Rhadi lo abbia superato. Anche perché la gara si svolge di sera, in un percorso podistico unico al mondo. Il tracciato della maratona si snoda attraverso i monumenti di Roma. Gli atleti partono al tramonto dal Colle Capitolino e arrivo sull’Appia Antica, sotto l’Arco di Costantino. A circa un chilometro dal traguardo, Bikila si ritrova davanti l’Obelisco di Axum: trofeo trafugato dalle truppe italiane durante la Guerra d’Etiopia e simbolo del colonialismo oltre a rappresentare le antiche origini della cultura etiope. Alla vista di quell’antico reperto, lo scatto sprigionato da Abebe è impressionante. In un clima suggestivo e surreale, tra le fiaccole accese, taglia il traguardo con il cronometro che segna 2 ore, 15 minuti e 16 secondi, un nuovo record mondiale.

La Stele di Axum negli anni ’50, davanti alla sede della FAO (ex Ministero delle Colonie)

Abebe Bikila: l’atleta supera il campione

L’Obelisco di Axum (meglio detta Stele) sarebbe rimasto al suo posto fino al 2002, hanno in cui venne restituito al governo etiope. Abebe Bikila ha corso senza scarpe e senza avversari dall’inizio alla fine, percorrendo oltre 42 chilometri di liberazione dal giogo imperiale. Sale sul podio come simbolo dell’Africa che si libera dal colonialismo europeo conquistando la prima medaglia d’oro olimpica del proprio continente. Il successo si ripete a Tokyo nel 1964. Fuori allenamento e dopo aver subito un intervento all’appendice, Bikila non si tira indietro e si presenta ai blocchi. Salirà sul gradino più alto anche stavolta registrando il miglior tempo sulla distanza a livello mondiale. È stato il primo atleta di sempre a vincere la maratona olimpica due volte di seguito, correndo un totale di 15 maratone e vincendone 12.

Nel 1969, però rimane vittima di un grave incidente automobilistico nei pressi di Addis Abeba. Resta paralizzato dal torace in giù e, nonostante le cure, non riuscirà più a camminare. Fino a quel momento, oltre a correre, aveva praticato altri sport: calcio, tennis, pallacanestro. Non potendo più usare le gambe, però, continuò a gareggiare: tiro con l’arco, tennistavolo, corsa di slitte in Norvegia. Questo è il segreto dell’atleta. Abebe morì il 25 ottobre 1973 nella sua terra. Si è spento alla giovane età di 41 anni per emorragia cerebrale. “Gli uomini di successo incontrano la tragedia. E’ stato il volere di Dio se ho vinto le Olimpiadi, – disse una volta Abebe – ed è stato il volere di Dio a farmi incontrare l’incidente. Ho accettato quelle vittorie come accetto questa tragedia“. A lui è stato dedicato lo stadio nazionale di Addis Abeba, un film biografico (“L’Atleta – Abebe Bikila”) e un ponte pedonale a Ladispoli. Nel 2018, gli è stata intitolata una strada di Roma per il suo valore morale e sportivo.

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